Human Ingenium

La testistica, sempre più diffusa, e non sempre in modo corretto, dà una valutazione degli indici cognitivi ritenuti misurabili (vedi Eurotalent Italia, www.eurotalentitalia.it).
Capacità non misurabili, cioè i doni e i talenti artistici, il pensiero creativo, il pensiero intuitivo, l’empatia, certe manifestazioni di cui non si può per ora conoscere l’essenza, ma la cui esistenza è più che provata dall’esperienza, come la telepatia o l’intuizione di avvenimenti non ancora successi, sono non solo non segnalate, ma anche trascurati nell’individuazione dei profili di grandi e piccini.

Eppure è gravemente limitante riferirsi soltanto a ciò che è misurabile.

Human Ingenium nasce per dedicarsi in particolare a ciò che non è misurabile, ma che si può ugualmente considerare e in parte valutare. Nasce non soltanto per riconoscerlo, ma anche per aggiornare sui dati che la ricerca internazionale ha rilevato, per divulgarli, per valorizzare sia nelle scuole sia in tutti gli ambiti il pensiero creativo e le doti artistiche, in tutte le età.

Se per bambini e giovani l’individuazione e la valorizzazione di questi “doni” può essere fondamentale per la scelta degli studi e per l’orientamento professionale, per gli adulti può esere insostituibile per riconoscere caratteristiche trascurate o vilipese, per intraprendere una specializzazione che, pur differente rispetto a quella che si ottiene in età giovanile, può portare a una professionalità aggiunta, o a una seconda professionalità. Può anche risolvere lo scontento che deriva proprio dal non essere stati riconosciuti in caratteristiche essenziali, caratteristiche molto spesso svalutate da genitori e insegnanti nel periodo della formazione

La testistica, sempre più diffusa, e non sempre in modo corretto, dà una valutazione degli indici cognitivi ritenuti misurabili (vedi Eurotalent Italia, www.eurotalentitalia.it).
Capacità non misurabili, cioè i doni e i talenti artistici, il pensiero creativo, il pensiero intuitivo, l’empatia, certe manifestazioni di cui non si può per ora conoscere l’essenza, ma la cui esistenza è più che provata dall’esperienza, come la telepatia o l’intuizione di avvenimenti non ancora successi, sono non solo non segnalate, ma anche trascurati nell’individuazione dei profili di grandi e piccini.

Eppure è gravemente limitante riferirsi soltanto a ciò che è misurabile.

Human Ingenium nasce per dedicarsi in particolare a ciò che non è misurabile, ma che si può ugualmente considerare e in parte valutare. Nasce non soltanto per riconoscerlo, ma anche per aggiornare sui dati che la ricerca internazionale ha rilevato, per divulgarli, per valorizzare sia nelle scuole sia in tutti gli ambiti il pensiero creativo e le doti artistiche, in tutte le età.

Se per bambini e giovani l’individuazione e la valorizzazione di questi “doni” può essere fondamentale per la scelta degli studi e per l’orientamento professionale, per gli adulti può esere insostituibile per riconoscere caratteristiche trascurate o vilipese, per intraprendere una specializzazione che, pur differente rispetto a quella che si ottiene in età giovanile, può portare a una professionalità aggiunta, o a una seconda professionalità. Può anche risolvere lo scontento che deriva proprio dal non essere stati riconosciuti in caratteristiche essenziali, caratteristiche molto spesso svalutate da genitori e insegnanti nel periodo della formazione

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Bambini e ragazzi super-intelligenti, come coltivare il loro dono (e crescerli felici)

Possono «perdersi» durante il percorso scolastico perché le loro doti non vengono riconosciute o non sono valorizzate, a volte vengono addirittura bollati come problematici. Eppure sono bambini e ragazzi con una marcia in più, con un’intelligenza superiore al normale: per riconoscerli, ma soprattutto per rispondere ai loro bisogni e per favorirne una crescita serena, è in libreria il nuovo libro della psichiatra e psicoterapeuta Federica Mormando, «Bambini e ragazzi ad alto potenziale, crescere con loro. Una guida per i genitori» (Red!).

Riconoscere l’intelligenza speciale

Dalla definizione dei diversi tipi di intelligenza ai test per misurarla, il volume vuole fornire ai genitori gli strumenti per riconoscere l’alto potenziale cognitivo dei propri figli anche al di là del quoziente d’intelligenza perché, come spiega Mormando, «ci sono tipi di intelligenza che i test classici non riescono a misurare e che non per forza sono connessi al QI. Creatività, intuizione, doni artistici sono anch’esse forme di iper-dotazione, in più anche i classici test dell’intelligenza devono essere ben interpretati per avere un reale valore». Ma come si riconosce, allora, un bambino con capacità superiori alla media? «Questi bimbi sono rapidi nell’apprendimento, trovano soluzioni non banali, sono precoci nel pensiero astratto che si può manifestare ben prima dei sei anni – risponde l’esperta -. Spesso poi imparano a leggere già attorno ai tre anni e senza un grande aiuto esterno, tendono a sentirsi più a loro agio con chi è più grande di loro; hanno poi una curiosità intelligente, che non significa chiedere sempre perché ma voler guardare oltre. Un indizio tipico? A scuola si annoiano, perché non ricevono gli stimoli di cui avrebbero bisogno. Così capita che facciano confusione e si distraggano, molti poi preferiscono stare da soli».

I rischi del «dono dell’intelligenza»

Il risultato è che a molti bambini plus-dotati vengono diagnosticate patologie inesistenti, dall’ADHD a sindromi autistiche ad alto funzionamento, che creano ansia a loro e ai genitori. «Purtroppo si confonde spesso la personalità con la malattia, ma questo trasmette ai bambini un’immagine di sé malata, che li danneggia – sottolinea Mormando -. Questi bambini corrono anche altri rischi, se non c’è un giusto approccio ai loro bisogni: alcuni, abituati a capire tutto subito e facilmente, si scoraggiano e abbandonano di fronte a sfide poco più complesse; altri restano sempre in superficie, perché tutto gli appare facile, o al contrario si appassionano a qualcosa che per loro diventa totalizzante. Così non sempre un’intelligenza superiore alla media si associa al successo, a scuola e nella vita». Perché non accada serve formare i genitori, perché possano accompagnare i figli senza ansie e con competenza, amore e pazienza: il libro offre suggerimenti ed esempi che sfatano preconcetti e rafforzano la capacità di formulare giudizi personali e oggettivi. Anche se poi, come conclude Mormando, «molto dovrebbe fare la scuola. Insegnanti preparati dovrebbero e potrebbero offrire spunti che possano risultare interessanti anche a chi è più dotato; inoltre, in alcuni casi, potrebbe essere favorito il “salto” di una o due classi».

Articolo di Elena Meli – Corriere.it

«Sembriamo lo zoo di un pianeta evoluto» Le guerre già vinte dal pensiero binario

Per sembrare intelligenti bisogna parlare di “bias cognitivo”, fortunata locuzione che per uno dei misteriosi fenomeni migratori del linguaggio è passata dagli studi di psicanalisi ai salotti TV (sarebbe più sano il percorso contrario ma quello è un altro discorso). L’espressione indica il processo mentale per cui si tende creare una realtà soggettiva, non corrispondente all’evidenza, basata sulle proprie informazioni e quindi distorta. Consente di produrre in velocità “giudizi poggiati sul pregiudizio”, e persino Wikipedia avverte che si tratta di un «comportamento generato in prevalenza dalle componenti più ancestrali e istintive del cervello», quelle dominate dal pensiero primitivo, per intenderci, ossia il pensiero stupido. Che sta trionfando.

Le due guerre recenti, quella in Ucraina prima, questa in Medio Oriente poi, non trovano una conclusione ma un vincitore (indiscusso) c’è già: il pensiero binario, degradato in un tifo da stadio (Kiev contro Mosca, Israele contro Palestina) capace di annientare qualsiasi ragionamento sulla complessità. «Poco male, si potrebbe dire, se non fosse che l’attitudine contagiosa a schierarsi da una parte o dall’altra – senza il tempo e soprattutto senza la voglia di capire -, ci rende complici della logica aberrante che porta direttamente alla guerra», rileva Federica Mormando, psichiatra e psicoterapeuta, che al tema ha dedicato il libro Sì/no On/off. Chi ha fatto la storia. «Ogni conflitto – spiega -, è l’applicazione perfetta del pensiero binario, il più semplice, il più facile: o tu o io». Attorno alla realizzazione della guerra nascono poi strategie strutturate, operate a volte con grande raffinatezza da chi gestisce il potere, ma allá base c’è sempre un St/No. «Il problema – evidenzia a Mormando – è che questo a scuola non viene spiegato. E la nostra attitudine si forma lì, tra i banchi.

Vengono esaltate le figure di grandi condottieri – Giulio Cesare, Carlo Magno, Napoleone -; senza mai accompagnare la spiegazione con una doverosa sottolineatura: che stupida l’umanità che ha fondato il destino di miliardi di persone; che ha bloccato la meraviglia che può nascere dall’intelligenza e dalla sensibilità umana; che ha bruciato il dono più grande che abbiamo, quello della vita, sulla base di un pensiero stupido: o io o te». 

E sì che l’alternativa ci sarebbe anche: «È la terza via – suggerisce la psicoterapeuta -: quella che, con il coraggio dell’assoluta novità, ci ha indicato Gesù. “Ama il tuo prossimo come te stesso” è un comando rivoluzionario, che esclude il si/no e spinge alla comprensione. Non puoi ammazzare uno che sei tu. Il problema è che questa prospettiva non è funzionale alla volontà di potere. Non a caso ad essere ucciso è stato proprio lui: Gesù. Da registrare che anche un’altra libertà, quelle garantita dalle arti – musica, poesia, pittura e scultura, temute infatti da ogni dittatura, tanto da essere proibite o asservite – finisce per essere piegata a queste dinamiche: lo stiamo verificando in tanti festival, concorsi cinematografici, eventi culturali». Il fatto è che la prossimità alla guerra sta rendendo la logica binaria dilagante, e la tendenza alla violenza inarrestabile. Amplificata e soprattutto legittimata sui social, sfogatoi di odio ignorante: lo dimostra la qualità del confronto, quasi sempre costruito sulla base di una conoscenza rabberciata (si provi a fare domande in profondità su una qualsiasi materia dibattuta) e inevitabilmente destinato a finire tra gli insulti. Rapper e trapper ci mettono del loro: fanno pubblicità alla violenza, alle armi, alla droga, alla devianza, al sesso brutale. «Si affannano a spiegare che stanno raccontando la realtà in cui vivono.

Invece – considera Mormando – si limitano ad appiattire tutto su ridicoli cliché: noi qui, il “sistema” là. Un’operazione vincente, perché gli slogan e i messaggi semplici passano facilmente, portano clic e consenso, ma assolutamente stupida. E pericolosa, perché motore di imitazione». Anche i talk show, contenitori preziosi, teoricamente capaci di informare e formare tanta parte dell’opinione pubblica, non sfuggono alla logica della contrapposizione, anzi la coltivano, riducendosi a rumorose arene televisive in cui si sfidano ospiti competenti che si danno sulla voce, lacchè strutturali di una narrazione stereotipata e personaggi caricaturali funzionali solo alla rissa. «Vince chi urla di più – rileva Mormando – Nessuno è interessato ad ascoltare l’altro, ma solo ad annientarlo. Il ragionamento critico è abolito, perché lento, pacato e richiede tempi di riflessione che la televisione non può o non vuole più concedere. Tra l’altro, l’esaltazione del politicamente corretto cui stiamo assistendo negli ultimi anni fornisce schemi molto adatti a questa logica: purché si resti dentro un certo binario, possiamo dire qualunque sciocchezza, senza produrre alcuno sforzo per capire o interpretare le sfumature della realtà. Sembriamo lo zoo di un altro pianeta dove sono ci sono esseri più evoluti». Per sembrar intelligenti si potrebbe parlare di bias cognitivo. Purtroppo, è solo stupidità.

di BARBARA UGLIETTI, L’Avvenire

14 ottobre 2023 – Federica Mormando presenta il suo ultimo libro

“SI/NO ON/OFF” di Federica Mormando
Un’interpretazione della storia umana

Il prossimo 14 ottobre, alle ore 18, Federica Mormando presenta il suo ultimo libro presso la Casa Armena in Piazza Velasca 4 a Milano (MM Missori).

Intervengono Remo Danovi e Pietro Kuciukian
Al pianoforte Any Martirosyan

Ingresso libero • Segue rinfresco
Per informazioni tel +39 340 210 117 

L’intervista. «Le macchine imitano il cervello umano? È preoccupante il contrario»

Farle domande è quasi impossibile: le anticipa tutte. Aggancia lo sguardo a una mezza parola – in effetti bastano una sillaba, una pausa, un riposizionamento dell’interlocutore sulla poltrona sistemata di fronte alla sua – e intuisce, elabora, risponde. Non ha capacità divinatorie, è solo, si fa per dire, il suo cervello. Federica Mormando era una bambina quando le fecero il primo test del quoziente intellettivo. Arrivati i risultati, gli esaminatori le si misero intorno a cerchio con le braccia conserte e la fronte corrucciata, silenziosi come di fronte a una specie aliena tutta da studiare. Non si accorsero che in realtà lei, mente prodigiosa dai numeri eccezionali (corrispondente al massimo sull’attuale scala Wisc), aveva già iniziato a studiare loro. Insieme, ovviamente, a tutto il “pacchetto” dell’iperdotazione intellettiva. Cosa che avrebbe poi fatto per tutta la vita, qualificandosi come la psichiatra e psicoterapeuta più accreditata nell’individuazione e nello sviluppo dell’alto potenziale cognitivo.

Nel 1997 Garri Kasparov perse la sfida con Deep Blue, il supercomputer dell’Ibm, e la prese piuttosto male. Oggi i sistemi informatici sono sempre più abili a simulare il pensiero e il comportamento umani: la chiamano intelligenza artificiale e suscita molta preoccupazione. Giustificata?

Giustificata, sì, ma nel senso perfettamente contrario a quello dato: non dovrebbe farci paura il fatto che le macchine stiano imitando il cervello umano quanto, piuttosto, che il cervello umano si stia plasmando sulle macchine. L’intelligenza artificiale è capace di generare testi, fotografie e video fittizi difficilmente distinguibili dalla realtà, ma l’inganno, se praticabile, è pericoloso solo in mancanza di pensiero critico. Il punto è proprio questo: il pensiero critico, come quello complesso, non vengono più esercitati. E di questo sì, dovremmo preoccuparci.

Un attimo: intende dire che il cervello umano si sta plasmando sulle macchine?

Sì. Siamo colpiti da una grandissima quantità di input che ci portano a sviluppare solo il pensiero binario, quello primitivo, tipico dei computer: sì-no, sì-no. La complessità è quasi insopportabile. La scuola propone spesso quiz a risposta multipla, il che esclude in partenza il pensiero elaborato, la dimensione creativa. Se tu vuoi offrire una soluzione che abbia delle varianti, che contempli il tuo punto di vista personale, la tua interpretazione, la tua originalità, sbagli. Insomma: se vuoi divertire la tua cultura e la tua intelligenza, non puoi farlo. È la logica dei giochi al computer: o vinci o perdi, A o B, codice binario. L’allenamento è solo alla velocità nella ripetizione. Oltretutto, come ha ottimamente spiegato Lamberto Maffei nel suo libro “Elogio della lentezza”, va considerato che le sollecitazioni imposte dai videogiochi hanno una velocità superiore a quella della trasmissione sinaptica, e quindi, di fatto, impediscono il pensiero naturale, che è un pensiero lento. Per inciso: le persone particolarmente dotate non hanno, nei test, un quoziente di velocità molto alto proprio perché, semplicemente, pensano. Prima di dare una risposta, pensano.

Non è sempre stato così?

No, perché solo da qualche anno, proprio per la crescente “robotizzazione dell’umano” – siamo costantemente chiamati a rispondere con immediatezza a email, Sms, messaggi WhatsApp, a capire e ad adattarci alle nuove App, agli aggiornamenti informatici – la velocità di reazione è considerata estremamente importante e ha assunto un suo specifico valore nelle valutazioni del Q.I.

Ci sono conseguenze evidenti sulle nuove generazioni?

Come no. C’è un peggioramento generale che registro quotidianamente nei bambini che vengono qui (nello studio di psicoterapia ndr). E non solo attraverso i test del Q.I., i cui risultati stanno calando. Hanno difficoltà nella comprensione del testo, ma anche del parlato. Ascoltano le parole, ma se tu chiedi: lo sai cosa significa questo? Ti rispondono di no. E se domandi perché non ti hanno chiesto il significato di quella parola, ti guardano ammutoliti. Hanno sempre meno curiosità. E curiosità non è il banale perché-perché-perché? Curiosità è l’entusiasmo della scoperta, una spinta profonda che si educa, come la libera iniziativa, la ricerca. È un esercizio che non si fa più, in nessun contesto, educativo o professionale che sia. Devi rispondere ai quiz, reagire a un post dopo aver letto due righe di un argomento. Punto. Inoltre, molto materiale di apprendimento è in formato video, se possibile breve. Tutto è bidimensionale. Non c’è interazione. Non c’è più il concetto della fatica, dello sforzo necessari per raggiungere un risultato. E non c’è allenamento alla concentrazione. Piuttosto il contrario: si esercita la non-concentrazione, l’abilità di rispondere a stimoli multipli contemporaneamente. L’unico ambito in cui vedo un costante esercizio alla concentrazione e alla fatica è lo sport agonistico, ma tutto è finalizzato a una specifica performance.

Però i bambini e i ragazzi, oggi, hanno molte opportunità: mille canali televisivi, Internet, possono viaggiare. Apprendono tante cose. Sanno tante cose.

No: sono “contenitori” di cose, ma generalmente non sanno metterle in critica perché non hanno formazione al ragionamento. Se tu, da piccolo, non vieni abituato alla logica lineare, all’analogia, all’approfondimento, all’espressione, nemmeno lo sai che qualunque informazione tu riceva la puoi valutare, elaborare, contestualizzare, arricchire. Settimana scorsa avevo qui un bambino, molto intelligente, che aveva tante nozioni: il Big Bang, l’acqua, l’elettricità, l’ambiente, lo spazio e il tempo. Ma erano informazioni completamente scollegate, senza un substrato: non è riuscito nel compito di creare un pensiero coerente amalgamandole. Quello che, per esempio si faceva una volta con il classico tema in classe. I giovani oggi sono sottoposti a un bombardamento informativo che non dà loro il tempo, letteralmente: non dà loro il tempo, di fermarsi a riflettere. Il che facilmente porta, in età adulta, a un’omologazione di pensiero che tende a polarizzarsi su idee e fronti contrapposti. Lo stiamo verificando quotidianamente. E qui torniamo al tema dell’Intelligenza artificiale: può essere “artificialmente perfetta” fin che si vuole, ma se io so ragionare con la mia testa, con riferimenti e valori ben consolidati, ho tutte le armi per affrontarla. Anche Internet, strumento preziosissimo, può essere pericoloso. Anche gli influencer possono essere pericolosi. Anche i social, e ne abbiamo purtroppo conferme tragiche in questi giorni. Ma il problema, come detto, sta a monte.

Lei descrive un gap generazionale preoccupante: è recuperabile?

Nel Dopoguerra ci sono stati una spinta alla crescita e un entusiasmo formidabili, che hanno portato i nostri genitori e i nostri nonni a costruire una società nuova, migliore. Quella generazione ha avuto un centesimo della nostra scolarizzazione e un millesimo delle nostre opportunità, eppure ha saputo guardare avanti con lungimiranza. Molti bambini facevano solo le elementari ma ricevevano una formazione decisamente superiore a quella di tanti studenti di oggi. C’era la felicità di conquistarsi qualcosa con sacrificio. Oggi ci sono educatori e agenzie di educazione, dentro e fuori la scuola, che stanno provando a recuperare questa prospettiva. Pochi ma ci sono. Quindi, chissà.

Chi è

Psichiatra, psicoterapeuta di formazione adleriana, giornalista, dagli anni Ottanta, Federica Mormando studia l’iperdotazione intellettiva. Ha fondato la scuola Emilio Trabucchi per i bambini particolarmente dotati, Eurotalent Italia e Human Ingenium, dedicati all’individuazione e allo sviluppo dell’alto potenziale cognitivo. Ha pubblicato “Altissimo potenziale intellettivo: strategie didattico-educative e percorsi di sviluppo dall’infanzia all’età adulta” (Erickson). Fa parte della commissione per la formazione degli insegnanti del World Council for Gifted and Talented Children. Con le edizioni Kimerik, ha pubblicato recentemente “Si/No. On/Off”, un’interpretazione originale della storia e un appello contro la guerra.

Articolo di Barbara Uglietti per L’Avvenire

Ecco una descrizione dell’arricchimento, scritta da un ragazzo cui è stato trasmesso fin da bambino

Il lavoro svolto con Paolo è stato sicuramente un percorso di profonda apertura mentale. È stato un viaggio alla scoperta di come anche nella più piccola e “banale” delle cose (ricordo ancora oggi una tematica veramente semplice che avevamo trattato, ossia i cavalli) vi possano essere infiniti spunti di analisi e riflessione, se si hanno la forza e la volontà di andar oltre lo strato puramente superficiale. Mi ha insegnato a stupirmi anche delle cose più semplici, interrogandomi su quanto esse potessero nascondere dietro la loro apparente semplicità. È stato inoltre un percorso che mi ha permesso di interrogarmi su come fondamentalmente ogni cosa possa portare a un profondo arricchimento personale, se guardata nella giusta prospettiva, portandomi in questo modo a sviluppare una maggior capacità di analisi di quanto mi circonda, permettendomi quindi di crescere come persona.

I bambini non sono QI (quoziente intellettivo) spiega la psichiatra Federica Mormando

Un bambino di 11 anni frequenterà le lezioni di algebra di una scuola superiore e finite le medie andrà direttamente in terza superiore. Orizzontescuola.it

Ecco un esempio di non comprensione. Infatti l’importante non è affatto aumentare le nozioni e tanto meno spedire in classi con alunni di anni più grandi. Questa impostazione significa non considerare la persona e neppure la formazione della mente. Che deve riguardare un ampliamento degli orizzonti, della capacità di ricerca e comprensione a largo raggio. Una formazione di base che permette l’elaborazione e l’entusiasmo per la conoscenza di qualunque oggetto del sapere. Riporto il report di un ragazzo che ha seguito con noi l’arricchimento, da quando aveva 7 anni, che spiega esattamente cos’è la formazione della mente.

Il lavoro svolto con Paolo è stato sicuramente un percorso di profonda apertura mentale. È stato un viaggio alla scoperta di come anche nella più piccola e “banale” delle cose (ricordo ancora oggi una tematica veramente semplice che avevamo trattato, ossia i cavalli) vi possano essere infiniti spunti di analisi e riflessione, se si hanno la forza e la volontà di andar oltre lo strato puramente superficiale. Mi ha insegnato a stupirmi anche delle cose più semplici, interrogandomi su quanto esse potessero nascondere dietro la loro apparente semplicità. È stato inoltre un percorso che mi ha permesso di interrogarmi su come fondamentalmente ogni cosa possa portare a un profondo arricchimento personale, se guardata nella giusta prospettiva, portandomi in questo modo a sviluppare una maggior capacità di analisi di quanto mi circonda, permettendomi quindi di crescere come persona (Massimiliano Tentorio)

Come persona. Quelli che si limitano al limitante e limitato esame del Q.I. riducono la persona a una valutazione (imperfetta) dell’aspetto cognitivo, dimenticandone le sfaccettature, senza considerarne le dimensioni infinite a perlopiù sconosciute ma attivabili con un insegnamento davvero allargato, invece che limitato ad approfondire nozioni di settore. In questo caso si progetta di inserire un bambino con ragazzi due o tre anni più grandi di lui, dimenticando che al di là dell’intelligenza conta l’età, le esperienze proprie di ogni età, non considerando il disagio dell’inserimento con ragazzi in un’altra fase della vita.

Auguro a questo bambino di comprendere il sopruso che gli stanno facendo e di sostituire ‘orgoglio del privilegio con la consapevolezza dell’ingiustizia che gli stanno facendo.

Federica Mormando
Da Giornale Metrolitano

Ultime pubblicazioni

Bambini e ragazzi ad alto potenziale

Possono «perdersi» durante il percorso scolastico perché le loro doti non vengono riconosciute o non sono valorizzate, a volte vengono addirittura bollati come problematici. Eppure sono bambini e ragazzi con una marcia in più, con un’intelligenza superiore al normale: per riconoscerli, ma soprattutto per rispondere ai loro bisogni e per favorirne una crescita serena, è in libreria il nuovo libro della psichiatra e psicoterapeuta Federica Mormando, «Bambini e ragazzi ad alto potenziale, crescere con loro. Una guida per i genitori» (Red!).

SÌ/NO ON/OFF – Chi ha fatto la storia

Primo libro della collana Human Ingenium, in collaborazione con la casa editrice KIMERIK, scritto da Federica Mormando e impreziosito dai contributi dell’avvocato Remo Danovi e del poeta Elio Pecora.

Le presentazioni saranno in autunno, è però già possibile acquistarlo online e in libreria. Lo scopo del libro è dimostrare come la storia umana sia stata prevalentemente scritta dai più stupidi! Spero che alcuni insegnanti lo leggano e pensino di trarne spunto per le loro lezioni, per la formazione al rispetto della vita.

Altissimo potenziale intellettivo

È uscito per le edizioni Erickson “Altissimo potenziale intellettivo, strategie didattico-educative e percorsi di sviluppo dall’infanzia all’età adulta”. La precedente edizione è arricchita con le descrizione dei “talenti non misurabili” . Il pensiero intuitivo, il pensiero creativo, i doni artistici non sempre sono riconosciuti, anche da persone colte, e non necessariamente coincidono con un Q.I. elevato. Come non soffocarli, riconoscerli, aiutarne lo sviluppo, in persone di tutte le età. Si sfata il pregiudizio del “È troppo tardi”.